EDITORIALE – ANZIANI E DISABILI A RISCHIO

EDITORIALE – ANZIANI E DISABILI A RISCHIO

Coronavirus, maggiormente esposte al rischio di contagio le comunità e le strutture socio sanitarie che ospitano anziani e disabili

In questi giorni, superate le festività pasquali, l’andamento dei contagi sembra essere in progressiva discesa anche nelle Regioni del nord dove massimo è stato l’impatto della pandemia.

Per tale ragione nel Paese si discute di possibili riaperture nella filiera produttiva dopo il 3 maggio.

Dall’esperienza di quelle regioni abbiamo appreso le modalità ed i comportamenti per contrastare la diffusione del virus ed abbiamo anche visto come questo non abbia risparmiato le persone anziane e fragili, soprattutto se ospiti di strutture sociosanitarie e assistenziali.

Mentre nel resto del Paese assistiamo quindi ad una lenta ma regolare decrescita di nuovi casi, nella nostra Regione stiamo assistendo ad un incremento da attribuire proprio ad intere comunità di anziani che vengono colpite e decimate dal virus.

Nella Regione Lazio è noto come nell’area dei Castelli Romani sia concentrato un gran numero di comunità religiose e di strutture che ospitano anziani e disabili, ed è proprio in queste strutture che si stanno accendendo sempre più numerosi nuovi focolai.

L’aspetto singolare di questa vicenda è che l’attivazione di tali nuovi focolai avviene dopo che sono trascorse almeno sei settimane dall’introduzione delle misure di contenimento, tempo durante il quale si sarebbe dovuta circoscrivere la circolazione del virus.

Sappiamo infatti che la durata dell’incubazione della malattia è in media di 14/20 giorni quindi, trascorsi oltre 40/50 giorni dall’introduzione delle misure protettive, in tali comunità non avremmo dovuto avere la comparsa di nuovi casi se fossero state adeguatamente protette durante il periodo di quarantena.

Così purtroppo non è stato, in molte strutture assistiamo in queste ultime ore ad una crescita importante di soggetti positivi il cui contagio è avvenuto, presumibilmente, nelle ultime due/tre settimane, nel periodo cioè in cui erano in vigore tutte le misure di isolamento sociale, ivi incluso l’utilizzo dei dispositivi di protezione e in cui avrebbero dovuti essere sottoposti a test i soggetti a rischio di contagio.

Perché è avvenuto tutto ciò?

Che in quell’area il rischio fosse particolarmente elevato era cosa nota, altrettanto noto purtroppo è il ritardo con cui operatori e strutture hanno avuto la disponibilità di dispositivi e presidi nel territorio della Roma 6 come nel resto del Paese.

I tamponi in un primo momento sono stati riservati solo alle persone che presentavano sintomi, fossero questi pazienti o operatori e sono stati eseguiti in numero esiguo rispetto ad altre realtà regionali.

Alla base di tale lenta attivazione del Sistema sicuramente troviamo le stesse ragioni drammaticamente emerse nelle regioni del Nord e cioè l’insufficienza di personale aggravata dalla irrisoria disponibilità di posti letto e di terapie intensive, conseguenza della politica di “rigore” perseguita dalle amministrazioni regionali e statale per oltre 10/15 anni.

Nel Lazio e nel centro sud, fortunatamente, non abbiamo assisto alla catastrofica invasione degli ospedali da parte di decine di migliaia di pazienti in un breve arco di tempo, se così fosse stato i morti si conterebbero in misura decisamente superiore all’attuale.

Tutti erano consapevoli che il sistema ospedaliero di queste regioni, depauperato da anni di tagli, non avrebbe retto all’impatto, ma la sorte ci ha risparmiato.

Ciò che è mancato peraltro è stata un azione al livello territoriale capillare e decisa che avrebbe dovuto portate alla identificazione dei soggetti positivi, al loro isolamento vero, non domiciliare, ed alla fornitura di presidi di protezione, in primis agli operatori sanitari, e quindi alla popolazione tutta.

Volendo tralasciare gli infortuni in cui sembra essere incorsa la Regione Lazio nell’affidamento di forniture di mascherine a soggetti che non hanno rispettato i termini di consegna, sebbene avessero ricevuto consistenti anticipi, non si può negare che l’azione di contenimento, vigilanza e controllo che avrebbe dovuto essere esercitata sul territorio ha dovuto scontare la sostanziale carenza di personale dei servizi territoriali e dei dipartimenti di prevenzione delle Aziende Sanitarie.

La conseguenza di tale carenza di personale ha comportato che i tamponi venissero eseguiti a rilento, i risultati dei test giungessero con giorni di ritardo (in alcuni casi non sono mai arrivati), il controllo dei soggetti positivi in isolamento domiciliare avvenisse con saltuari contatti telefonici e i test ad ospiti ed operatori delle strutture venissero eseguiti solo dopo che il focolaio era stato identificato.

Disposizioni del Ministero della Salute avevano invece chiaramente indicato le misure di contenimento e prevenzione da adottare sia nelle strutture ospedaliere sia nelle strutture residenziali per anziani consentendo  l’accesso di familiari o soggetti terzi solo in limitati casi.

Parimenti nell’area ospedaliera il Ministero della Salute riteneva che fosse necessario identificare prioritariamente strutture/stabilimenti dedicati alla gestione esclusiva del paziente affetto da COVID- 19, individuando altre strutture ospedaliere da dedicare alla gestione dell’emergenza ospedaliera NON COVID (patologie complesse tempo-dipendenti).

Nella realtà territoriale dei Castelli Romani non risulta che tali indicazioni abbiano trovato applicazione persistendo in tutti i presidi ospedalieri attività rivolte a tutte le tipologie dei pazienti, mentre si cerca di arginare la crescita dei nuovi focolai utilizzando termoscanner e saturimetri.

Quale utilità potranno avere tali presidi nell’identificare soggetti positivi asintomatici che propagano il contagio?

Sono passati sotto i termoscanner decine di migliaia di viaggiatori nei nostri aeroporti e stazioni e l’ingresso del virus non è stato bloccato, vogliamo insistere?

Redazione Murales

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